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La relazione dialettica tra servo e padrone


L'identità del padrone è mediata da quella del servo ed è ad essa inevitabilmente correlata. Il signore è la coscienza di per sé'' (cioè libertà, emblema della coscienza indipendente) solo in qaunto ''mediata con sé come il servo, l'essere per altro'' (cioè emblema della coscienza dipendente), è tale solo in riferimento alla figura del padrone. 
Il padrone si rapporta alle cose mediante il servo, che gli procura gli oggetti e i beni che gli si limita a consumare, godendone in un atto di ''negazione pura''. Il servo, invece, pur negando gli oggetti, cioè considerandoli come oggetti contrapposti alla propria soggettività, non distrugge le cose, ma le trasforma con il suo lavoro.
Il servo ha sperimentato il suo essere autocoscienza nella paura provata di fronte alla morte. Egli ha preferito sottomettersi al padrone e perdere la propria indipendenza e libertà, pur di salvarsi la vita.
Dunque la paura ha permesso al servo di fare esperienza della sua essenza profonda, che è quella della ''negatività'', cioè della possibilità di sottrarsi all'oggettività, di annullare l'essere ,materiale e la possibilità di cui la morte è la realizzazione estrema.
In quest'opera è presente un duplice processo di affrancamento: del soggetto, che si eleva sulla propria sensibilità, e delle cose, che assumendo un carattere autonomo, esprimono un nuovo contenuto spirituale. In questo modo il servo diventa consapevole del proprio valore e del proprio essere indipendente, di fatti pone le basi per il rovesciamento della sua condizione poco per volta.
La coscienza servile si riappropria di sé, della propria essenza intuita nella paura della morte e la considera la medesima essenza estranea. La coscienza del servo riconosce in se stessa quei caratteri libertà, negatività e indipendenza che aveva attribuito al padrone nel momento in cui si è sottomesso. 
La libertà alla fine risulta affermata come un valore universale. 


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